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12/2/09

Non è un lusso l'ambiente ai tempi della crisi

Da: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Non-e-un-lusso-l-ambiente-ai-tempi-della-crisi

01/12/2009
Agli albori della conferenza di Copenhagen, cala il sostegno popolare per la lotta ai cambiamenti climatici perché i cittadini sono sempre più preoccupati dalla crisi economica. Ma è un falso dualismo. Ecco perché
Bisogna studiarsi le analisi internazionali per capire come si muova la politica internazionale in vista del vertice di Copenhagen sul clima. Perché in Italia non se ne parla. Zero. Nessun dibattito pubblico, se non in qualche circolo ambientalista. E ciò che emerge dai pre-negoziati è piuttosto deprimente: il COP15 sarà probabilmente un nuovo vertice preparatorio. Cioè, nella migliore delle ipotesi si arriverà ad un accordo di principio, ma le vere decisioni verranno rimandate di qualche mese. Forse alla metà del 2010, sostengono alcuni insiders.
La ‘presenza-assenza’ di Obama, ne è già un’indicazione. Il presidente USA arriverà il 9 dicembre per una visita di cortesia, prima di volare ad Oslo per ritirare il Nobel. Non parteciperà ai lavori conclusivi del summit, che costituiranno il momento chiave per arrivare ad un accordo. I suoi advisors gli hanno sconsigliato di investire troppo sul vertice, perché il probabile insuccesso potrebbe avere un effetto negativo sulla sua credibilità (soprattutto in America). Il Congresso, intanto, promette battaglia su qualunque ipotesi di target per le emissioni. D’altronde un sondaggio PEW di poche settimane evidenziava come il numero di scettici nei confronti dei cambiamenti climatici sia in aumento. Solo il 57% degli americani crede che il global warming stia davvero accadendo (in calo di oltre 20 punti rispetto al 2008) ed è una minoranza (il 37%) a ritenere che i fenomeni climatici siano imputabili alle attività umane (http://people-press.org/report/556/global-warming). Ma il trend non coinvolge soltanto l’altra sponda dell’Atlantico. Secondo una ricerca della Commissione europea, gli europei che considerano la lotta ai cambiamenti climatici una priorità sono scesi dal 62% (nel 2008) al 50% (http://www.economist.com/world/international/displaystory.cfm?story_id=14807107). Anche in Australia, nonostante lo sforzo lodevole del governo Rudd, che si è impegnato a raggiungere un accordo coraggioso a livello globale, cresce lo scetticismo di molti cittadini e la riottosità dei politicanti, come testimoniato in questi giorni dall’opposizione in senato (http://en.cop15.dk/news/view+news?newsid=2729).
A cosa si deve questa inversione di tendenza? Sono tanti i fattori in gioco, ma l’elemento più dirompente è probabilmente l’inasprirsi della crisi sociale che ha fatto seguito alla debacle finanziaria globale. Con il tasso di disoccupazione in ascesa in tutti i paesi economicamente avanzati, molti cittadini hanno perso di vista la questione climatica. Ora la priorità è rimettere in marcia l’economia e creare nuovi posti di lavoro. In questo senso, la retorica di Obama, che legava la ripresa economica al lancio della green economy, non sembra aver fatto breccia. E comunque il governo americano avrà bisogno di tenere le mani libere nei confronti di target vincolanti sulle emissioni se vuole davvero lanciare il capitalismo ‘verde’. Nel breve periodo le emissioni continueranno a crescere, anche in virtù di sussidi pubblici, come è sempre avvenuto nelle fasi espansive dei nuovi settori economici. Non è un caso che la Cina sia diventata uno dei maggiori produttori al mondo di pannelli solari, turbine eoliche e celle combustibili. Nella logica del libero mercato, questi prodotti oggi viaggiano in giro per il pianeta, esasperando le emissioni che promettono di abbattere.
È tutto qui il problema. I dubbi e le incertezze dei cittadini nascono dal fatto che si continua a descrivere la questione climatica come un problema ambientale. È un grave errore. I cambiamenti climatici sono la prova ultima dell’insostenibilità sociale del nostro sistema economico, che produce crisi dopo crisi, rende precario qualunque posto di lavoro e soffoca il pianeta. Un approccio liberista al global warming, come quello in parte promosso dal Protocollo di Kyoto, non farà altro che presentare gli stessi problemi del modello classico. I mercati internazionali si accapiglieranno per riempirci di prodotti, i paesi del ‘sud globale’ verranno ri-colonizzati per imporre foreste monocoltura, i lavoratori verranno sfruttati per produrre a basso costo, i cittadini verranno ridotti al rango di meri consumatori, ed il lavoro, invece di nobilitare l’uomo, continuerà ad essere una schiavitù nascosta.
La crisi sistemica ci offre la possibilità di re-inventare un modello fallimentare. Per questo è indispensabile che, anche in Italia, il dibattito sui cambiamenti climatici esca dai piccoli circoli di ambientalisti e divenga un’occasione per riflettere sulle sue cause sociali ed economiche. Il protrarsi della crisi economica deve essere visto come un’opportunità per creare un’economia diversa, che renda il lavoro qualcosa di cui andare fieri e l’acquisto un atto di cui non vergognarsi. Ma se continueremo a nasconderci dietro un dito rifiutando di vedere il legame tra crisi economica e questione climatica, finiremo con il condannarci all’auto-lesionismo perpetuo.

Lorenzo Fioramonti è promotore della campagna di comunicazione sociale Global Reboot (www.globalreboot.org)

11/28/09

Se con il clima torna la società civile

Da: http://www.sbilanciamoci.info/Archivio/ambiente/Se-con-il-clima-torna-la-societa-civile-globale

26/10/2009
Le mobilitazioni contro i cambiamenti climatici stiano ridando fiato ed energia alle reti globali di attivisti. Dopo Seattle e dopo la grande crisi, è l'ambiente il nuovo catalizzatore?

Il 24 ottobre 2009 si è tenuta la giornata internazionale per l'azione sul clima. L'iniziativa, lanciata dalla rete 350 (www.350.org), ha coinvolto oltre 180 paesi con più di 5 mila manifestazioni di piccole, medie e grandi dimensioni. Singoli cittadini, gruppi organizzati e piccoli movimenti locali hanno aderito ad una call globale per la mobilitazione di massa contro le conseguenze a lungo termine dei cambiamenti climatici. Lo stesso giorno, la New Economics Foundation di Londra ha inaugurato il Festival dell'Interdipendenza (http://thebiggerpicture2009.org), dove numerosi economisti ed intellettuali provenienti da tutta Europa si sono confrontati sulla possibilità di costruire un modello di sviluppo economico diverso da quello attuale fondato sulla crescita economica. La settimana prima, l'iniziativa internazionale Stand Up and Take Action, aveva già coinvolto molti gruppi in giro per il mondo, concentrandosi sul legame che esiste tra povertà crescente e riscaldamento globale (http://standagainstpoverty.org). Movimenti per la decrescita, l'autogestione del territorio e l'economia solidale pullulano in gran parte del mondo, dalle periferie delle metropoli europee alle capitali del 'sud globale'.

Sta finalmente rinascendo un movimento globale? Negli ultimi anni, la società civile globale, che aveva scosso il mondo dopo Seattle fino a diventare la nuova super potenza mondiale alla vigilia della guerra in Iraq, era entrata in una fase letargica sempre più profonda. Paradossalmente, questo processo di regressione accadeva proprio quando la storia cominciava a dimostrare la validità delle proposte avanzate dai tanti movimenti altermondialisti. Gli effetti distorsivi del libero commercio erano stati ampiamente previsti dalle organizzazioni di cooperazione internazionale, molto prima di entrare nella retorica ufficiale di molte amministrazioni statali, a partire da quella di Obama. La crisi economica ha poi confermato l'instabilità strutturale del nostro sistema economico globale, rivelando tutte le debolezze che il pensiero altermondialista aveva identificato da almeno un decennio. Ciononostante, l'avverarsi della profezia si manifestava parallelamente alla crisi del settore civico internazionale.

Oggi sembra che le mobilitazioni contro i cambiamenti climatici stiano ridando fiato ed energia alle reti globali di attivisti. La crisi climatica, infatti, sta diventando il catalizzatore delle tante ingiustizie che affliggono il mondo. Per le organizzazioni locali che difendono i diritti del territorio, il riscaldamento globale rischia di vanificare i risultati di molte battaglie. I movimenti indigeni che hanno duramente lottato per le proprie prerogative si sentono ora minacciati da cambiamenti sistemici che minacciano profondamente le loro comunità. I movimenti contadini vivono sulla propria pelle le conseguenze delle frequenti siccità, seguite da inondazioni che distruggono i raccolti. Povertà, ingiustizie e instabilità economiche si legano vicendevolmente nella crisi ambientale.

La questione climatica è infatti una tempesta perfetta, che fa convergere ed esaspera le crisi molteplici che attraversano il mondo, da quella economica a quella alimentare, da quella energetica a quella sociale. In questo senso, la lotta ai cambiamenti climatici può facilmente aggregare gruppi tradizionalmente diversi, cittadini del 'nord' e del 'sud' globale, movimenti sociali e organizzazioni non-governative, organizzazioni ambientaliste e sindacati. Secondo Paul Hawken, autore del libro Moltitudine Inarrestabile, stiamo assistendo alla formazione del più vasto movimento civico al mondo. Ovviamente, questa rete di attivisti ha cominciato ad operare soprattutto a livello locale, in molti casi attraverso pratiche concrete nei territori di riferimento. Gradualmente poi è cominciata ad emergere una rete globale che sta riattivando i contatti sopiti del movimento altermondialista. Dal punto di vista della mobilitazione, la conferenza di Copenhagen di Dicembre potrebbe segnare il battesimo di una nuova fase dell'attivismo globale. Si può soltanto speculare sull'evoluzione di questo fenomeno, che per il momento resta ancora in una fase embrionale. La speranza è che si riesca a recuperare le energie e le speranze create dalla stagione di attivismo globale dei primi anni del nuovo millennio per incanalarle verso un'azione collettiva e coordinata. D'altronde la sfida climatica rappresenta un'opportunità storica per rivoluzionare il nostro modello di sviluppo e tutte le ingiustizie da esso create.

10/19/09

GLOBAL REBOOT su Terranauta, il portale ecologista italiano

DA TERRANAUTA.IT del 19 Ottobre 2009
http://www.terranauta.it/a1472/cultura_ecologica/l_era_dell_adattamento.html


L’era dell’adattamento
“L’era dell’adattamento” è un documentario che invita cittadini di tutto il mondo ad agire per rivoluzionare il sistema economico e sociale in cui viviamo.

È disponibile gratuitamente sulla rete il documentario sui cambiamenti climatici che invita a ‘resettare’ il sistema. Si tratta di “L’era dell’adattamento”, prodotto dalla campagna Global Reboot (resettaggio globale), che invita cittadini di tutto il mondo ad agire per rivoluzionare il sistema economico e sociale in cui viviamo.

La tesi è piuttosto semplice. I cambiamenti climatici non vanno visti come un problema isolato, cui trovare delle soluzioni tecniche. Non si tratta solamente di diminuire le emissioni o di inventare qualche tecnologia che salvi l’umanità. Si tratta invece della prova ultima che dimostra la totale insostenibilità del sistema economico e sociale che ci governa. Questo modello di sviluppo, fondato sul dogma della crescita a tutti i costi, ha prodotto povertà crescente, ingiustizie sociali e conflitti insanabili. E ora minaccia addirittura di estinguere il genere umano.

Partendo da questa constatazione, “L’era dell’adattamento” lancia un messaggio: perché non trasformare la lotta ai cambiamenti climatici in un’opportunità per cambiare radicalmente il sistema che ci ha portato a questo punto?

Secondo gli autori, bisogna rifuggire dal techno-fix (la soluzione tecnica), perché rischierebbe di distrarre l’attenzione dal vero problema, che è l’ingiustizia profonda del nostro modello economico. Non è un caso, infatti, che siano proprio le grandi compagnie petrolifere e i colossi dell’energia a cavalcare la fiducia nella risposta tecnologica ai cambiamenti climatici.

Bisogna anche stare attenti al cosiddetto green-wash, cioè la propaganda falsamente ecologista che oggi imperversa nel marketing sociale delle grandi imprese multinazionali. Come esempio, il documentario analizza l’ipocrisia del carbon offsetting, una procedura che consente di investire in energie rinnovabili e riforestazione per ‘compensare’ i propri comportamenti inquinanti. Questi programmi di compensazione non solo forniscono una scusa per continuare a consumare come se niente fosse, ma rischiano addirittura di aggravare ulteriormente i cambiamenti climatici. Infatti, mentre il comportamento consumistico porta ad una emissione di gas serra nell’immediato, le iniziative di compensazione (se fatte bene) potrebbero riuscire a compensare solo nel lungo termine.

Infatti, si consuma anidride carbonica per costruire un pannello solare o una turbina eolica e si arriva ad un bilancio positivo solo dopo alcuni anni. L’assorbimento di anidride carbonica attraverso gli alberi è un processo ancora più lungo (richiede decenni). E chi le controlla queste foreste? Perché se si lasciano decomporre o vanno a fuoco, l’anidride carbonica torna nell’atmosfera. Quindi l’offsetting ci consente di continuare a inquinare oggi, senza sapere che solo tra molti anni potrebbe cominciare a funzionare. Nel frattempo andiamo a dormire tranquilli, con la coscienza a posto. Mentre i gas serra aumentano.

La continua esitazione da parte dei nostri governanti e la crescita di false tecnologie hanno ritardato la presa di coscienza dei cittadini. Che continuano a sperare in qualche soluzione, anche se è ormai evidente che il clima sta già cambiando. Non si tratta del 2050, del 2100. È una realtà attuale, che si fa sentire ogni giorno di più. Così, mentre i giornali parlano di mitigazione degli effetti, gran parte dei governi del mondo stanno investendo in politiche di adattamento. Senza che i cittadini se ne rendano conto. Già qualche anno fa, alcuni documenti dell’UE ammettevano che i cambiamenti climatici causeranno la più grande ondata di rifugiati verso l’Europa, con un impatto superiore a quello della seconda guerra mondiale.

Quindi, bisogna adattarsi e in fretta. Ma l’adattamento proposto dalla politica è una strategia difensiva. Erigere barriere, spostare intere popolazioni, rafforzare le abitazioni, chiudere i confini. È un adattamento dettato dalla paura e votato alla filosofia del si salvi chi può. Invece, il documentario prodotto da Global Reboot propone un adattamento ‘positivo’, che nasca dalla consapevolezza che questo modello di società non ha mai funzionato e va rivoluzionato. Bisogna arrivare a capire che le disuguaglianze globali, l’instabilità economica e la devastazione dell’ambiente sono tutte facce della stessa medaglia di una società votata al suicidio.

L’adattamento deve quindi diventare una scelta consapevole per costruire un nuovo essere umano, capace di vivere in armonia con i propri simili e con il proprio ecosistema. Un cittadino del mondo, che diventi pienamente cosciente degli effetti disastrosi delle politiche adottate finora. Soltanto una rivoluzione complessiva del nostro sistema economico e sociale può favorire l'adattamento necessario a rispondere alle sfide del futuro.

Trovate il tutto su: www.globalreboot.org

10/18/09

Copenhagen 2009??

After the failure of the Bangkok talks, what do you expect from Copenhagen? Are we slowly heading for global catastrophe knowingly? Let us know what you think. Reply to this discussion.

Dopo il fallimento della conferenza di Bangkok, che cosa possiamo aspettarci da Copenhagen? Stiamo lentamente e coscientemente dirigendoci verso una catastrofe globale? Facci sapere cosa ne pensi. Rispondi a questa discussione.